Almeno una volta nella vita abbiamo pronunciato la fatidica frase “Avrei dovuto fare il calciatore nella vita”.

Sfogliando i giornali di gossip che spesso ci mettono davanti ai bilanci economici della vita di un calciatore o piuttosto affaticati dai ritmi frenetici della nostra quotidianità, abbiamo fantasticato sognando di poter vivere almeno un giorno da sportivo. Essere pagati per giocare a pallone, cadendo nel banale errore di soffermarci sulla parola “giocare” affiancata alla possibilità di percepire uno stipendio per farlo. Questa è una delle tante credenze popolari nelle quali ingenuamente spesso cadiamo. 

Negli ultimi mesi ho avuto la possibilità di conoscere più da vicino la vita di un gruppo di ragazze, la squadra di calcio a 5 femminile del mio paese. Ragazze provenienti da diversi paesi italiani ma anche esteri. Se ci soffermiamo un attimo sull’aspetto emotivo, già una piccola parte di quella credenza popolare secondo cui è tutto più semplice crollerebbe. Basti pensare, infatti, alla difficoltà del dover molto spesso cambiare città, sradicare radici appena fondate per costruire nuove abitudini, nuovi rapporti, nuove tradizioni; e se questo fosse davvero solo un “gioco” ne varrebbe davvero la pena? Al di là di questo aspetto, non affatto da poco, io stessa mi sono ritrovata a dire a me stessa, che abitualmente ogni giorno mi reco nel mio ufficio dove trascorro 8 ore della mia giornata, a pensare che con molta probabilità i loro ritmi quotidiani, tra costanti allenamenti e partite, sono ben più impegnativi dei miei. 

Ho conosciuto queste ragazze e ho capito che molto spesso uno sport difficilmente può essere ridotto alla parola “gioco”, si tratta di un impegno, una passione, un sogno, e come ogni sogno che si rispetti richiede sacrifici, dedizione e non poca determinazione. 

E questo vale per il calcio, come per qualsiasi altro sport. Pensiamo, ad esempio, ad una competizione di bodybuilding. Ci troviamo difronte un gruppo di corpi scolpiti quasi alla perfezione e spesso non ci chiediamo nemmeno come abbiano fatto a raggiungere quei risultati. Ore, ore e ancora ore di attività fisica, esercizio con pesi e sovraccarichi, oltre a un regime alimentare rigidissimo. Tutto per un sogno, una passione e non per un gioco. 

Esistono indubbiamente i casi di chi pratica sport per divertirsi, per staccare dalla routine di tutti i giorni, per svago o semplicemente per il bene di se stessi, ma quello che sbagliamo è considerare chi pratica sport come un mestiere come qualcuno che ha la vita semplice, qualcuno che ha scelto la strada più comoda. Avere una palla tra le mani o tra i piedi, nuotare per ore in una vasca, pattinare su enormi distese di ghiaccio, indossare una cintura nera, o qualsiasi altro sport esista al mondo, potrà essere forse più divertente piuttosto che passare otto ore al giorno a compilare pratiche o a dimenarsi tra carte e conti, ma non sarà mai più semplice o meno impegnativo.

Così quando un bambino si avvicina allo mondo dello sport, quando decidiamo di iscrivere i nostri figli a calcio, pallavolo, danza o nuoto non sapremo mai cosa quello sport rappresenterà per lui. Potrà restare semplicemente uno svago, un divertimento, oppure in alcuni casi quello sport per lui si trasformerà improvvisamente nell’obiettivo della sua vita, in quella cosa in cui lui si sentirà di essere maggiormente se stesso, quel sogno per cui ogni mattina si sveglierà e lavorerà duramente per realizzarlo.

Quindi io penso di poter dire, a gran voce, che lo sport non sarà mai un “gioco” se gioco non significa sognare.