Fisso questa pagina bianca in cerca delle parole migliori per poter iniziare questo articolo. Eppure non credo che esistano parole adatte; potrei fornire percentuali e numeri o parlare di iniziative organizzate in questa giornata particolare, potrei parlare di tante cose eppure tutto appare riduttivo.

Circa 7 milioni. 

È questo il numero che più spaventa, circa 7 milioni sono le donne che nel corso della loro vita hanno subito violenza da un proprio conoscente (partner o familiare); 142 le donne vittime di femminicidio nel 2018 secondo quanto riportato dall’Istat e 94 le vittime registrate nei primi dieci mesi del 2019.

E se, invece, vogliamo parlare di iniziative allora noteremo come le città italiane si dipingano di rosso in questi giorni, panchine rosse circondano le più grandi piazze italiane, scarpe rosse lasciate in alcune delle strade principali e poi le mostre, alcune crude come la realtà che descrivono. “Com’eri vestita – Rispondono le sopravvissute alla violenza sessuale” è la mostra che in questi giorni è stata allestita nella True Art Gallery a Milano, organizzata da Cerchi d’Acqua con il patrocinio del Comune di Milano, nella quale sono esposti i vestiti che le vittime indossavano al momento della violenza affiancati da brevi testimonianze delle stesse vittime. Un messaggio forte, duro, che mira a sradicare quell’erronea idea comune che il più delle volte cerca una giustificazione nel modo in cui una donna è vestita. Come se indossare una gonna, un vestito, una scollatura un po’ più profonda possa rappresentare una giustificazione e ci chiediamo se davvero sia possibile chiedere a una donna cosa indossasse in quel momento. Eppure accade. 

Accade che quando una donna deve uscire di casa, quando una donna si appresta a uscire con le amiche, prima di farlo debba considerare fin troppi fattori e pensare a ogni evenienza. “Se torno troppo tardi, se per rientrare a casa devo utilizzare i mezzi pubblici, meglio che io non indossi questo vestito, non si sa mai”. Quando rientriamo troppo tardi da lavoro chiediamo che qualcuno ci faccia compagnia al telefono perché non si è mai sicuri abbastanza. Quando camminiamo per strada ed è buio l’istinto di guardarci alle spalle è troppo forte. Quando siamo sedute in metro o in autobus e l’uomo difronte a noi inizia a osservarci in maniera fin troppo insistente siamo costrette ad alzarci, a cambiare posto, ad avvicinarci all’autista per stare più tranquille. È davvero giusto tutto questo? È davvero giusto non sentirsi sicure di poter camminare per strada se è troppo buio o se il tragitto da percorrere per rientrare a casa è un po’ più isolato?  

Il 25 novembre però ricorda anche tutte quelle donne che hanno smesso di sentirsi sicure persino tra le mura della propria casa, quelle donne che hanno commesso un unico errore: innamorarsi. Come se anche l’amore adesso possa essere una colpa. Tutte quelle donne che, per troppo amore, per proteggere l’unica cosa nella quale hanno creduto, hanno taciuto il primo insulto, il primo schiaffo forse dato per eccessiva gelosia, convinte che la gelosia sia a suo modo una dimostrazione d’amore, inconsapevoli che l’amore non è e non può fare male. Ma chi siamo noi per comprenderlo? Siamo spettatori di storie che non potremo mai capire fino in fondo, siamo spettatori di racconti trasmessi in tv, di testimonianze raccolte sui giornali, di immagini e ricostruzioni che ci mettono davanti a qualcosa che possiamo solo tentare di comprendere, ma che non saremo mai in grado fino in fondo di farlo. 

Oggi, 25 novembre, è la giornata dedicata a tutte quelle donne che hanno nascosto il dolore, a quelle che lo hanno urlato ma forse troppo tardi, a quelle che ce l’hanno fatta, a quelle donne che hanno creduto che l’amore potesse giustificare ogni cosa, a quelle donne il cui unico errore è stato quello di rientrare a casa sicure senza forse guardarsi le spalle, a tutte quelle donne che hanno avuto il coraggio di raccontare la loro storia e a quelle che, invece, combattono ancora oggi in silenzio perché il 25 novembre è solo un giorno che passerà e domani le panchine torneranno del loro colore, le scarpe rosse torneranno al loro posto, ci saranno nuove mostre e nuove giornate da celebrare e, intanto, forse resterà ancora una volta il silenzio. 

Kavok Studio