Agosto 2019: 9,5 %.

Settembre 2019: 9,9%.

Numeri che possono significare nulla, ma che in realtà significano tanto. Sono questi i dati pubblicati dall’Istat che mostrano un aumento dello 0,3 % del tasso di disoccupazione tra agosto e settembre 2019. 

Percentuali che diventano ancora più preoccupanti se riferite al mondo dei più giovani. È a quel punto che le domande sorgono spontanee. Sempre più spesso, infatti, ci si ritrova a chiedersi cosa è che non funziona. Se sono i giovani che hanno sempre meno voglia di mettersi in gioco o se, al contrario, è il mondo di oggi ha sempre meno spazio per noi. O forse le colpe (se di colpe si può effettivamente parlare) si trovano a metà strada?

Si potrebbero ipotizzare mille teorie differenti su questo argomento, potremmo stare qui ore e ore a parlarne senza mai arrivare ad una conclusione che riesca realmente a rispondere a questi quesiti che ogni giorno di più attanagliano le nostre menti, ma poi credo che a volte le teorie valgano ben poco quando basta osservare ciò che ci circonda che le risposte arrivano veloci, come fulmini a ciel sereno. 

È di pochi giorni fa un servizio trasmesso in onda su un noto telegiornale nel quale si è parlato di come nell’ultimo periodo ancora più forte sia diventato il divario tra nord e sud che spacca il nostro Paese. Il tasso di disoccupazione, infatti, sembra riguardare principalmente il sud Italia dove numerosi laureati e non si trovano ogni giorno costretti ad abbandonare il proprio paese d’origine per cercare futuro, realizzazione o semplicemente per raccogliere i frutti dei sacrifici di anni e anni di studio. Ed è assurdo pensare che siamo quasi nel 2020 e ancora non si è riusciti a trovare una soluzione per evitare questo flusso migratorio di cervelli in fuga. 

Prima di scrivere questo articolo ho provato a guardarmi attorno, a sentire le voci di chi questa realtà la sta vivendo davvero; mi sono confrontata con persone della mia età per capire quale fosse davvero la realtà dei fatti. C’è chi, nonostante una laurea, ha dovuto reinventarsi, abbandonare i sogni di una vita e costruirne nuovi partendo completamente da zero; poi c’è chi ci crede ancora e si ritrova ogni 6 mesi ad accettare contratti di stage in aziende diverse, alcune che promettono inserimenti immediati senza però mai arrivarci a quel momento e altre che ti informano subito a cosa stai andando incontro: “sei mesi senza proroghe”. E allora che fai? Rinunci al tuo sogno o provi a sperare che le tue capacità, la tua caparbietà e la tua passione riescano a rimettere le carte in tavola? “Tanto tutto fa curriculum, sei ancora giovane”, dici a te stesso, e in un attimo ti ritrovi a 30 anni che sei troppo grande per un contratto di apprendistato e troppo giovane per avere l’esperienza necessaria per un contratto a tempo indeterminato. 

In questo modo cercare un lavoro sembra diventare l’impresa più assurda del mondo, persino scalare l’Everest ti sembra una passeggiata al confronto e tutto sommato stai semplicemente chiedendo una possibilità. La possibilità di dimostrare a loro, e a te stesso, che nulla è stato vano, che le cose possono ancora cambiare, che quei numeri non rispecchiano la realtà, che chi dice che noi giovani abbiamo poca voglia di fare, di imparare, si sbaglia alla grande. Noi giovani abbiamo tanta voglia di metterci in gioco, a volte ne abbiamo persino troppa, ma il mondo là fuori ci spaventa e quando a 30 anni potremmo divorarcelo il mondo a volte è lui che divora noi e la nostra voglia di fare.